Un’Anna Bolena dal sapore ottocentesco

Rassegna Stampa

Buon successo di pubblico  ha avuto la rappresentazione di Anna Bolena, il capolavoro donizettiano la cui esecuzione è stata programmata nell’ambito della Quinta edizione del Reate Festival del quale è stato sicuramente l’avvenimento centrale.

Molteplici erano  i punti interesse che hanno catalizzato l’attenzione del pubblico di appassionati convenuti presso il Teatro Flavio Vespasiano di Rieti per assistere alla recita di un’opera che nonostante la sua fama  conta non molte esecuzioni.

Innanzi tutto molto attesa era la prova di Fabio Biondi, musicista molto apprezzato nell’ambiente musicale per le sue interpretazioni sempre molto attente ad offrire agli ascoltatori esecuzioni ‘fedeli’ allo spirito originario degli autori proposti.

Il repertorio di  Biondi si amplia sempre di più, travalicando in maniera sempre più netta i  confini del ‘barocco’ periodo del quale è sempre stato indiscusso interprete. A Rieti, quindi, era atteso ad una prova impegnativa nell’ambito di una delle punte del romanticismo in musica, Anna Bolena di Gaetano Donizetti partitura che presenta   notevoli difficoltà esecutive delle quali,  sicuramente, la vocalità costituisce lo scoglio più duro senza dimenticare, però, di tenere in considerazione le numerose problematiche che la prassi esecutiva ha introdotto nel corso degli anni.

Fabio Biondi ha operato una scelta che possiamo senza dubbio definire ‘moderna’ ma che lascia inalterato lo spirito ‘ottocentesco’ dell’opera. Anna Bolena soffre del fatto che alla prima assoluta del 1930 sul palcoscenico tra i primi interpreti figuravano cantanti del calibro di Giuditta Pasta (Anna) e Giovanni Battista Rubini (Percy), due fuoriclasse dell’epoca per i quali Donizetti, secondo la prassi di allora, plasmò le  rispettive parti vocali. Bolena, inoltre, soffre di una certa ‘elefantiasi’  per una  partitura che presenta pagine trascinanti e raffinate alternate ad altre mono felici.

Nella stessa epoca, i compositori adattavano le loro opere per le repliche o per le esecuzioni in momenti o  in città diverse adattando la parte vocale alle caratteristiche dei cantanti a disposizione ma anche al tipo di orchestra a disposizione o del tipo di sala  che ospitava la recita operando, anche,  modifiche alla strumentazione.

Considerando tutti questi fenomeni, Biondi, ha scelto di rappresentare Anna Bolena nell’edizione rappresentata alla Scala nel1840, dieci anni dopo quel  26 dicembre 1830 quando fu rappresentata la prima volta al Teatro Carcano di Milano una scelta suffragata anche dalla partitura esistente presso il Conservatorio di San Pietro a Maiella di Napoli, che presenta una Bolena dalla vocalità più ‘umana’, perché adattata alle due voci principali che cantarono quel giorno alla Scala, il soprano Amalia Schutz-Oldosi ed il tenore Giovanni Basadonna, due cantanti dalle caratteristiche vocali diversi dalle star Pasta e Rubini.

La parte concepita per la Schutz-Oldosi evidenzia una vocalità più centrale rispetto a quella della prima assoluta per Giuditta Pasta, parimenti la parte per lo ‘stratosferico’ Rubini è stata adattata per il Basadonna tenore che non brillava particolarmente nel registro acuto.

Tali scelte si sono rivelate in linea con le esigenze vocali di oggi, un periodo nel quale cantanti come la Pasta e Rubini sono certamente difficili da trovare per cui l’adozione di questa versione è senza dubbio da approvare.

Inoltre Biondi ha anche messo in evidenza un’altra peculiarità della prassi esecutiva ottocentesca, vale a dire l’adattamento della partitura al numero di strumentisti presenti nel teatro dove era prevista la rappresentazione non esclusa anche l’attenzione al tipo di acustica dello stesso teatro. Su queste basi nasce l’esecuzione reatina che abbiamo ascoltato nella quale l’orchestra Europa Galante è stato il vettore ideale  tramite il quale le sonorità donizettiane sono arrivate al pubblico che gremiva la bella sala del Teatro Flavio Vespasiano con la sua ottima, coinvolgente ed avvolgente acustica.

Inoltre per la versione 1840 fu operata una sorta di alleggerimento dello svolgimento dell’azione, soprattutto nel secondo atto, scene quinta settima ed ottava una operazione che ne snellisce la fruizione ma che nello sfondo rimane una scelta di carattere ottocentesco.

La compagnia di canto è stata plasmata dallo stesso Biondi per rendere la meglio quanto da lui stesso sostenuto puntando tutto su giovani talenti. La parte di Anna è stata affidata a Marta Torbidoni  alla quale hanno giovato le modifiche apportate alla parte vocale  introdotte per la versione del 1840. Dotata di un buon impianto vocale la Torbidoni ci ha restituito una credibile interpretazione della parte della protagonista anche se alcune emissioni nel registro acuto sono state poco convincenti così come mancava spesso del  ‘temperamento’ necessario per questa parte vocale che è uno dei più difficili di tutto l’800. E’ una cantante giovane e sicuramente con l’esperienza e la maturazione ha tutte le possibilità di migliorare sensibilmente le sue prestazioni vocali.

Lo stesso discorso vale anche per il personaggio di Percy, il tenore Moisés Martin Garcia, mentre Laura Polverelli è stata apprezzata Seymour, grazie anche alla sua esperienza che la vede consolidata protagonista sia nel repertorio barocco che in quello romantico. Buono lo Smeton di Martina Belli  mentre Federico Benetti è stato un Enrico VIII poco credibile vocalmente. Negli altri ruoli c’erano Dionisos Tsantinis (Rochefort) e Carlo Allemano (Hervey).

Fabio Biondi ci ha offerto una esecuzione dove sono emerse le sue consuete qualità interpretative.che evidenziano una estrema cura nei particolari ed un’attenzione alla drammaturgia ed alla teatralità elementi che rendono l’esecuzione completamente godibile. Questo grazie anche alla ‘sua’ Europa Galante che lo asseconda a pieno.

Per  quanto riguarda la parte visiva la regia era di Cesare Scarton, del Reate Festival direttore artistico che ha lavorato in piena sintonia con Biondi concependo una ambientazione ottocentesca in linea con quanto spesso avviene oggi per opere di quel periodo. Una regia essenziale nei movimenti ma attenta allo svolgimento della trama con momenti molto intesi come nella scena stupenda scena a due del secondo atto tra Anna e Seymour, della prigione. Le scene ed i cosutmi realizzati con la collaborazione del Teatro dell’Opera di Roma erano curati, rispettivamente, da Michele Della Cioppa e da Anna Biagiotti con le luci di Corrado Rea.

Al  termine applausi prolungati del pubblico che esauriva la splendida sala del Teatro Flavio Vespasiano un successo di pubblico che, a parte le proposte musicali, è forse la più bella notizia che questo Festival ci ha dato.

Claudio Listanti

La Voce di Italia